Dibattito aperto

Nota introduttiva

Questa sezione si propone di raccogliere alcuni argomenti di particolare interesse sul tema generale oggetto del blog. Sugli stessi argomenti è possibile inserire dei commenti attraverso la seguente procedura indicata: cliccare sul titolo del tema prescelto e aggiungere i commenti inserendili nella finestra in fondo allo scritto di rpesentazione. Completare l’operaizone con “invia”

1.1.   Il counseling esiste. Esiste nel mondo civile (Europa, USA, Canada, Australia) e svolge, a livello complessivo, un enorme volume di “buone pratiche” che non possono non venire recepite se non vogliamo intenzionalmente restringere il campo visuale al cortile del nostro Paese … spesso arretrato rispetto ai movimenti in atto nelle società evolute.

1.2.    Da oltre 15 anni esiste la prima Società Italiana di Couseling con codice etico, registro, procedure di esami, pratiche di richiesta di accreditamento alle autorità di governo e tutto quello che viene chiesto alle “nuove professioni” per intraprendere una procedura di accreditamento. In questi anni sono nate altre associazioni nazionali di categoria evidenziando la forza che questa emergente professione sta avendo anche in Italia analogamente a quanto avviene in altri paesi

1.3.   Se il counseling fosse una professione inutile o dannosa alla società sarebbe stato compito delle autorità dello stato provvedere per inibirne o limitarne la diffusione. Cosa che non è stata. Al contrario, sempre più spesso si parla del “counseling” in master universitari e bandi promossi da enti pubblici per sportelli di ascolto o altro senza richiedere la pregiudiziale della laurea in psicologia. La recente sentenza di Lucca conclude in modo esplicito a sostegno della utilità per la salute pubblica del counseling raccomandando, ovviamente, che lo stesso non si spacci abusivamente per intervento di psicologia.

  1. E’ legittimo definire “etica” una carta che preclude, tra altre norme non previste dagli ordinamenti dello stato, la esclusione di scuole di formazione nella psicoterapia che attivino anche corsi di formazione nel counseling?


OLP ha infatti deciso di intraprendere una azione incisiva e concreta per definire di fatto come “non etiche” le scuole che formano i counselors
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1.1.   1 l’esclusione dall’elenco delle scuole considerate “etiche” (che vengo cioè accolte nella lista della “carta etica”)  discrimina infatti negativamente quello che ve ne sono escluse

1.2.   tale esclusione non avviene in forza di principi ampiamente condivisi dalla comunità scientifica e dalla normativa vigente, ma da un gruppo di psicologi (leggi: Altra Psicologia) che ha avuto la maggioranza in OPL e che impone quindi la propria ideologia attraverso un organismo istituzionale che dovrebbe mantenere una posizione relativamente super partes rispetto a posizioni tuttora in discussione. per fare un esempio, sarebbe come se il ministro della Salute, in quanto vegetariano, dichiarasse non etici coloro che mangiano carne

1.3.   chi risponderà del danno di immagine e del conseguente danno economico subito dalle scuole che vengono colpite da questa esclusione che non trova fondamento nelle leggi dello stato, né nelle direttive dell’Ordine nazionale degli psicologi?

1.4.   come dovrebbero reagire le scuole di formazione nella psicoterapia che si sono trovate a subire questa squalifica di fatto senza aver potuto interagire tramite un sufficiente spazio negoziale con OPL nella fase preparatoria del documento?

1.5.   alla insistente richiesta formulata dal sottoscritto, anche in rappresentanza di altre scuole, a stralciare il punto d.8 dal resto della Carta etica, è stato ripsoto senza mezzi termini con un irremovibile diniego. da cui è derivata l’unica possibilità di appello tramite ricorso alle vie legali.

Sono il 21% le scuole che aderiscono al Coordinamento Nazionale del Counseling Professionale (CNCP)  in Lombardia, ma altre (e non poche) aderiscono ad altre associazioni nazionali di counseling, come Assocounsleing, FAIP, ANCORE, AICO etc.. A livello nazionale, poi,  la percentuale delle scuole associate al Coordinamento Nazionale delle Scuole di Psicoterapia che sono anche associate al CNCP, in quanto hanno attivato corsi di counseling, sono più della metà. Una percentuale che non puoi più considerare una sparuta minoranza, ma al contrario una chiara maggioranza. Da una conferma di Giuseppe Ruggiero, presidente del CNCP “risulta che le Scuole aderenti al CNCP che sono anche parte del CNSP sono 49 su 92”. E questo senza contare tutte le scuole che aderiscono, appunto ad altre associazioni di counseling a dimostrazione del fatto che la grande maggioranza delle scuole di formazione in psicoterapia svolgono anche formazione a non psicologi e spesso precisamente nel counseling.

La nascita del “fenomeno counseling”, come è noto, ha un’origine molto semplice: la legge 56/89. Questa stabilisce il vincolo della laurea in psicologia e medicina per adire alla formazione nella psicoterapia. E’ ovvio che questa limitazione, pur legittima, abbia creato la nascita di un percorso parallelo animato da persone interessate alla relazione di aiuto ma non in possesso delle lauree richieste dalla normativa italiana. Dove infatti tale limitazione non esiste, come in Francia, Spagna e altri Paesi, il counseling praticamente non esiste, come non esisteva in Italia allorchè a frequentare le scuole di formazione nella psicoterapia erano anche persone con titoli diversi. II legislatore  ho commesso quindi la ingenuità di ritenere che bastasse “non prevedere” una figura alternativa a quella prevista dalla legge per far sì che questa non dovesse esistere. Aspettativa irrealistica, come hanno dimostrato i fatti, specie in considerazione di una situazione preesistente e che resta operante in molti Paesi “civili”.

E’ solo a livello “normativo” che può essere sanata una situazione che certo non trova risposta (positiva) nelle aule dei tribunali e che neppure un proclama di “non eticità” lanciato da un Ordine regionale (che potrebbe diventare nazionale) potrà risolvere se fondato su un principio la cui incostituzionalità è stata già segnalata dall’Antitrust e che fatalmente verrà al pettine laddove utilizzato come grimaldello per scalzare dal diritto di esistere una professione che si è ormai accreditata in tutto il mondo civile

Non conforta il fatto alcune scuole tentino discutibili equilibrismi per salvare capra (possibilità di aderire alla carta etica) e cavoli (continuare a fare formazione nel counseling) facendo ricorso a bizantinismi circa la titolarità e distinzione dei due percorsi e che evidentemente non fa onore a chi non si assume la piena responsabilità di difendere un progetto formativo in cui dovrebbe aver creduto. Togliendo dignità, in tal modo, anche alle centinaia di professionisti formati in questi anni e che rischiano ora di venire “scaricati” per non perdere la inclusione nella carta “etica” da cui dipende, questo sì, un atteso ritorno economico. Quel ritorno economico, caro Grimoldi, a cui noi siamo disposti a rinunciare in virtù di coerenza con un impegno pregresso del quale intendiamo assumere la piena ed onorata responsabilità

Per ovviare al vuoto normativo esistente nel nostro Paese per la totale mancanza di standards formativi omogenei in Italia si è costituito il CIAC (Coordinamento Italiano delle Associaozioni di Counseling) al fine di ottenere un inserimento dell’Italia all’interno della European Association for Counseling (EAC) e prevedere un adeguamento agli standards europei. Gli stessi sono molto alti e prevedono, per il conseguimento dello European Certificate for Counseling Accreditation, 950 ore di training di cui 450 di “supervised clinical practice”.

All’interno della EAC è operante il Training Standard Committee che è chiamato a definire la differenziazione dei percorsi formativi nei confronti della psicoterapia. Qui si presenta un grosso problema perchè l’orientamento dell’Inghilterra (vedi la British association for Counseling and Psychotherapy, come pure della United Kingdom Association for Psychotherapy and Counseling) identificano una sostanziale parità tra i due percorsi formativi salvo riservare alla psicoterapia una competenza maggiore di intervento nelle situazioni patologiche rispetto al disagio esistenziale). Un orientamento che appare insostenibile pr il nostro Paese e che dovrebbe adeguarsi, a mio parere, ad uno standard europeo medio che stabilisca una netta demarcazione di competenze tra quelle più professionalizzate della psicoterapia da quelle meno professionalizzate (in senso terapeutico) del counseling. Ma su questo punto sarebbe utile (diciamo necessario ed urgente) avviare una vasta consultazione che tentasse di definire “in prospettiva” le forme di legittimazione del counseling, cosa che nessuna delle autorità preposte dimostra di voler fare perpetuando quindi una situazione confusiva nella quale “nei fatti” le cose vanno avanti senza nessun inquadramento normativo salvo presumere di poter tamponare le incongruenze attraverso denunce in tribunale o operazioni … tipo “carta etica”. Andiamo quindi avanti con serpeggianti guerre ideologiche in assenza di una seria volontà di affrontare il problema con una legge quadro che unicamente può regolamentare quello che esiste e quello che si vuole in prospettiva.

 la politica tesa a scoraggiare/inibire la formazione di counselors all’interno delle scuole di formazione nella psicoterapia (come l’OPL sta facendo) favorirà inevitabilmente il diffondersi di iniziative formative da parte di istituti che non possono contare su un solido background teorico-metodologico che il MIUR accredita comunque indirettamente nell’approvazione dei corsi per la psicoterapia. Chiunque oggigiorno è autorizzato (o non inibito) nell’attivare corsi o iniziative sotto il nome di “counseling” al di fuori di qualsivoglia norma di riferimento che, appunto, nel nostro “Bel Paese” manca del tutto.

 

Perché non indicare come strumento a sostegno del Sistema di Qualità anche il sistema  ISO 9001 che rappresenta a tuttora il sistema di riferimento anche per istituti di formazione sia in ambito pubblico che privato?

per non parlare della valutazione sulla “eccellenza” nella formazione in psicoterapia promossa  dal CNSP all’interno delle scuole associate che rappresentano la grande maggioranza delle scuole italiane

1.     E’ legittimo il richiamo di OPL, espresso  nella lettera inviata dall’OPL ai Presidi delle scuole in data 1.12.2010 nella quale si legge: “Colgo, pertanto, l’occasione per invitarla a segnalarci ogni situazione, circostanza, episodio critico che possa in qualche modo nascondere una forma di abuso professionale al fine di tutelare l’intera organizzazione scolastica (dirigenza, insegnanti, alunni, famiglie) da simili rischi”?

 

1.1.   In molte scuole manca un servizio di psicologia per vari motivi e viene da chiedersi se gli ordini professionali hanno fatto davvero la loro parte per raggiungere il doveroso obiettivo di garantire un servizio di psicologia nelle scuole.

 

1.2.   Di fronte a tale macroscopica e inammissibile lacuna, hanno tamponato la situazione insegnanti (spesso provenienti dai CIC- Centri di ascolto e consulenza nella scuola previsti da regolari Direttive del Ministero della Pubblica istruzione (a proposito, denunciamo anche loro che magari sono stati formati in corsi promossi dai Provveditorati agli studi e con la partecipazione di psicologi?) e che a loro spese si sono formati con impegnativi percorsi (minimo triennali) per acquisire competenze nel counseling scolastico (analogamente a quanto avviene in Inghilterra, negli USA ecc.) per fare un primo filtro sulle tante situazioni di disagio che attualmente i giovani manifestano ed inviare a professionisti all’interno o all’esterno della scuola i casi più problematici. Un servizio svolto in genere in modo non remunerato e con consistente assunzione di carico di lavoro ed emozionale la cui supervisione si sono sistematicamente pagati senza alcun sostegno da parte delle autorità scolastiche

 

1.3.   dopo anni di onorato e gratuito lavoro per colmare lacune dello stato e degli psicologi … l’OPL chiede anche che questi insegnanti-counselors vengano segnalati con la oscura minaccia di una denuncia ? Questo ha davvero dell’inverosimile

 

1.4.   non va al contrario difeso l’operato di questi insegnanti-counselors come pure il diritto ad essersi formati per svolgere con maggiore competenza un importantissimo ruolo sociale nel venire incontro a situazioni spesso drammatiche per le quali gli psicologi e le istituzioni non sono state in grado di offrire alcuna forma di sostegno

 

1.5.   nonché Il diritto di un preside di attivare uno sportello di counseling nel quale, per inciso, la figura del counselor e dello psicologo possono integrarsi magnificamente anziché pretendere di escludersi a vicenda? Su tale impostazione sono state raccolte una messe di esperienze molto interessanti che sono state anche oggetto di un convegno su “La relazione educativa nel processo formativo: esperienze e modelli di integrazione tra didattica, psicologia e counseling” tenutosi a Milano nel gennaio del 2009 e di cui si allega documentazione a sostegno della importanza di avviare progetti di integrazione funzionale e non di esclusione reciproca tra counselors e psicologi nella scuola.

 

1.6.   e non va difeso Ii diritto di un alunno ad avere una persona dotata di motivazioni umane e di competenze allorchè si trovi in difficoltà e magari in assenza di un servizio di psicologia scolastica

 

1.7.   come pure il diritto di insegnanti e genitori di poter contare su un sostegno di primo filtro per situazioni di disagio che possono venirsi a creare e che non trovano (spesso per un rifiuto esplicito degli interessati) la via per un riferimento alle strutture socio-sanitarie del territorio