04. Esiste la necessità di un adeguamento normativo che contempli l’esistenza del counseling?

La nascita del “fenomeno counseling”, come è noto, ha un’origine molto semplice: la legge 56/89. Questa stabilisce il vincolo della laurea in psicologia e medicina per adire alla formazione nella psicoterapia. E’ ovvio che questa limitazione, pur legittima, abbia creato la nascita di un percorso parallelo animato da persone interessate alla relazione di aiuto ma non in possesso delle lauree richieste dalla normativa italiana. Dove infatti tale limitazione non esiste, come in Francia, Spagna e altri Paesi, il counseling praticamente non esiste, come non esisteva in Italia allorchè a frequentare le scuole di formazione nella psicoterapia erano anche persone con titoli diversi. II legislatore  ho commesso quindi la ingenuità di ritenere che bastasse “non prevedere” una figura alternativa a quella prevista dalla legge per far sì che questa non dovesse esistere. Aspettativa irrealistica, come hanno dimostrato i fatti, specie in considerazione di una situazione preesistente e che resta operante in molti Paesi “civili”.

E’ solo a livello “normativo” che può essere sanata una situazione che certo non trova risposta (positiva) nelle aule dei tribunali e che neppure un proclama di “non eticità” lanciato da un Ordine regionale (che potrebbe diventare nazionale) potrà risolvere se fondato su un principio la cui incostituzionalità è stata già segnalata dall’Antitrust e che fatalmente verrà al pettine laddove utilizzato come grimaldello per scalzare dal diritto di esistere una professione che si è ormai accreditata in tutto il mondo civile

Non conforta il fatto alcune scuole tentino discutibili equilibrismi per salvare capra (possibilità di aderire alla carta etica) e cavoli (continuare a fare formazione nel counseling) facendo ricorso a bizantinismi circa la titolarità e distinzione dei due percorsi e che evidentemente non fa onore a chi non si assume la piena responsabilità di difendere un progetto formativo in cui dovrebbe aver creduto. Togliendo dignità, in tal modo, anche alle centinaia di professionisti formati in questi anni e che rischiano ora di venire “scaricati” per non perdere la inclusione nella carta “etica” da cui dipende, questo sì, un atteso ritorno economico. Quel ritorno economico, caro Grimoldi, a cui noi siamo disposti a rinunciare in virtù di coerenza con un impegno pregresso del quale intendiamo assumere la piena ed onorata responsabilità

Per ovviare al vuoto normativo esistente nel nostro Paese per la totale mancanza di standards formativi omogenei in Italia si è costituito il CIAC (Coordinamento Italiano delle Associaozioni di Counseling) al fine di ottenere un inserimento dell’Italia all’interno della European Association for Counseling (EAC) e prevedere un adeguamento agli standards europei. Gli stessi sono molto alti e prevedono, per il conseguimento dello European Certificate for Counseling Accreditation, 950 ore di training di cui 450 di “supervised clinical practice”.

All’interno della EAC è operante il Training Standard Committee che è chiamato a definire la differenziazione dei percorsi formativi nei confronti della psicoterapia. Qui si presenta un grosso problema perchè l’orientamento dell’Inghilterra (vedi la British association for Counseling and Psychotherapy, come pure della United Kingdom Association for Psychotherapy and Counseling) identificano una sostanziale parità tra i due percorsi formativi salvo riservare alla psicoterapia una competenza maggiore di intervento nelle situazioni patologiche rispetto al disagio esistenziale). Un orientamento che appare insostenibile pr il nostro Paese e che dovrebbe adeguarsi, a mio parere, ad uno standard europeo medio che stabilisca una netta demarcazione di competenze tra quelle più professionalizzate della psicoterapia da quelle meno professionalizzate (in senso terapeutico) del counseling. Ma su questo punto sarebbe utile (diciamo necessario ed urgente) avviare una vasta consultazione che tentasse di definire “in prospettiva” le forme di legittimazione del counseling, cosa che nessuna delle autorità preposte dimostra di voler fare perpetuando quindi una situazione confusiva nella quale “nei fatti” le cose vanno avanti senza nessun inquadramento normativo salvo presumere di poter tamponare le incongruenze attraverso denunce in tribunale o operazioni … tipo “carta etica”. Andiamo quindi avanti con serpeggianti guerre ideologiche in assenza di una seria volontà di affrontare il problema con una legge quadro che unicamente può regolamentare quello che esiste e quello che si vuole in prospettiva.

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